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Da
venticinque anni il cielo è la sua seconda casa. L'icaro reggiano
Davide Guiducci, però, si definisce "un autodidatta". Nei recenti
Mondiali di Montecucco, in Umbria, ha vinto il titolo a squadre con la
nazionale italiana
Reggio Emilia, 22 agosto 2008 - C'è anche un
reggiano tra gli alfieri della Nazionale italiana di deltaplano che ha
vinto il titolo a squadre ai recenti campionati mondiali di specialità,
svoltisi tra fine luglio e inizio agosto nello splendido scenario del
Montecucco, nel territorio del comune umbro di Sigillo. Si chiama
Davide Guiducci e ha imparato da giovanissimo ad amare e praticare
questo sport, proprio lungo i versanti del nostro appennino, che lo
hanno visto nascere e dove tuttora vive.
Guiducci, innanzitutto complimenti per il titolo iridato.
«Mi aspettavo qualcosa di meglio dalla gara individuale, ma mi
era stato chiesto di provare a cimentarmi nella classe 5 (deltaplano ad
ala rigida, mentre quello classico appartiene alla classe 1, ndr) che
non è proprio il mio forte. Ho accettato perché volevo valutare le mie
capacità anche in questa specialità. A parziale attenuante devo dire
che ho avuto modo di provare il mezzo solo il giorno prima della gara.
Ad ogni modo posso dire di aver messo anch'io il mio mattoncino per la
conquista del mondiale».
Quando è nata la sua passione per il deltaplano?
«Eh.ormai una vita fa. Avevo 18 anni e vedevo discendere dalle
vette dell'appennino reggiano gli appassionati di allora. Alcuni amici
mi hanno fatto provare, da lì a voler imparare il passo è stato breve.
Anche se, a quel tempo, non era molto semplice».
Mancavano gli insegnanti?
«Sì, non c'erano come adesso corsi specifici. In pratica sono
un autodidatta. Avevo un amico che faceva il militare, un suo
commilitone gli vendette un deltaplano. Mi propose di allenarmi con
lui. Insieme abbiamo fatto i primi passi poi, per affinare la tecnica,
ci siamo affidati a piloti esperti. Il resto è venuto da sé, col tempo».
Fino ad affrontare le competizioni.
«Ho iniziato nei primi anni '90; in realtà con poche velleità,
mi piaceva l'idea di stare vicino ai campioni, confrontarmi con loro,
provare a emularne le gesta».
Può dire di esserci riuscito.
«Abbastanza. Anno dopo anno sono arrivato ai vertici del
deltaplanismo italiano. Non sono un fulmine di guerra ma ho sempre
ottenuto piazzamenti dignitosi in tutte le gare e sono sempre rimasto
tra i primi 5-6 elementi a livello nazionale».
Il suo palmares?
«Prima del titolo a squadre di quest'anno ho vinto un
campionato italiano nel 2001, mi sono piazzato ottavo in un'edizione
degli Europei e nel 2005, in Australia, sono arrivato quinto in una
delle più importanti manifestazioni del ranking mondiale».
Con che frequenza sale sul deltaplano?
«Più ci si va meglio è, perché uno dei fattori fondamentali in
questo sport è avere sempre il giusto feeling col proprio mezzo. Quando
ero ragazzo ogni occasione era buona per salire in montagna e
decollare. Con l'aumento degli impegni professionali, e l'anagrafe che
corre, ho privilegiato la qualità dei posti da dove discendere
piuttosto che la quantità dei voli. Negli ultimi tempi poi mi sono
dedicato soprattutto alle competizioni».
Si allena molto?
«In primavera e estate cerco di volare ogni weekend, quando è
possibile. Nella stagione fredda, giocoforza, ci vado più raramente.
Anche perché non è facile spostarsi in paesi caldi per mantenersi in
allenamento. Occorre poi anche un'adeguata preparazione atletica. Non è
necessario ovviamente essere olimpionici, ma una decente forma fisica
aiuta».
Insomma, tutti possono cimentarsi con questo sport?
«Ritengo di sì, come ho detto basta essere un minimo in forma.
Poi è necessario seguire un corso di avviamento. I costi sono medi:
circa 800 euro per le lezioni e, più o meno, 2mila per comprarsi
deltaplano, imbragatura e paracadute d'emergenza. Detto questo è come
andare in bicicletta: tutti possono farlo, ma pochi corrono il giro
d'Italia».
Nella nostra provincia quali sono le zone ideali per velleggiare col deltaplano?
«Su tutti il Cusna, decollando dal punto dove si ferma la
seggiovia diretta agli impianti sciistici. Poi ci sono punti di
partenza anche più bassi e ugualmente molto belli».
Lei non ha mai paura quando vola?
«In sé non c'è nulla di pericoloso: è un po' come andare in
auto, ci vogliono competenza e prudenza. Le maggiori apprensioni
vengono quando cambiano improvvisamente le condizioni atmosferiche o
alle partenze delle gare, quando siamo in tanti che ci muoviamo
insieme».
Si è mai trovato in situazioni critiche?
«E' capitato sì, nel 1998. C'erano parecchie turbolenze
nell'aria e il deltaplano si è ribaltato. Ho dovuto azionare il
paracadute di emergenza per evitare un impatto col terreno. E' stato
comunque l'unico incidente in ventitre anni di intensa attività, per
fortuna senza conseguenze. Ho imparato da questa esperienza a capire
quali sono i limiti delle condizioni meteo e ho acquisito maggiore
consapevolezza nell'uso del mezzo».
I suoi figli non hanno paura per lei quando vola?
«No. Ormai sono più di vent'anni che pratico questo sport. Si
fidano di me, sanno che sono esperto e prudente, non ci sono
particolari tensioni».
Qualcuno di loro segue le sue orme?
«No, ma non per paura. Semplicemente perché vivono questa cosa
come una normalità e sono presi per ora da altre cose, ma come dicevo
prima non è mai troppo tardi per cominciare a volare».
Fonte: Il Resto del Carlino
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