Mercoledì 26
marzo 2008, a
Bologna, la 27enne Vania Da Rui si è laureata in Scienze della Comunicazione,
presentando un’ambiziosa tesi sperimentale sul volo umano dal titolo “Il volo negato. Come i mass media
divulgheranno lo swoop e l’atmonautica”. Ambito della sua analisi il
controverso rapporto tra mass media e skydiving in Italia, concentrando
l’attenzione soprattutto sulle strategie comunicative volte ad innescare quei
meccanismi dediti al reperimento di sponsor, e quindi di risorse economiche per
lo sviluppo di questo sport.
Accolta con
grande entusiasmo dalla commissione di laurea, arrivando a definire l’elaborato
come “pionieristico”, Vania ora valuterà la possibilità di un’eventuale
pubblicazione.
Di seguito i meritati
ringraziamenti alle persone che hanno contribuito al raggiungimento di tale
obiettivo, la parte introduttiva e le conclusioni della dissertazione.
Vania con la sua tesi
“Il volo negato”.
RINGRAZIAMENTI
Dedico la più
sincera gratitudine a tutte le persone sotto citate. Ringrazio inoltre coloro i
quali, forse inconsapevolmente, mi hanno aiutato ad aggiustare il tiro: persino
dalle loro osservazioni polemiche e dai loro silenzi ho cercato di trarre
qualche suggerimento positivo.
Elenco,
perciò, i nomi di queste importanti fonti da cui ho avuto modo di attingere:
Veniero
Amprino, Silvia Carloncini, Massimo Fiorini, Emanuele Bielli, Marco Tiezzi,
Gigliola Borgnis e Leo, Max Alberdi, Roberta Mancino, Jeffro Provenzano, Manuel
Basso, Marco Pistolesi, Edoardo Stoppa, Max Haim, Gianni Idda, Stefania
Martinengo, Paolo Gianfanti, Giordano Vanoli, Roberto Mettifogo, Simonetta
Bardi, Andrea Armani, Antonio Squadrone, Katiusha Bertarelli e il piccolo
Giorgio, Daniele Fraternali e Turbolenza, Shannon Pilcher, Pete Allum, Jay
Moledzky, Luca Poretti, Armando e Mario Fattoruso, Paganelli Riccardo, Danilo
Chiaraluce, Carmine Della Corte, Cristina Angelucci, Gianluca Mansani, Stefano
Volpi, Paul Seccomandi, Guido Fasulo, Francesco Rizzone, Olav Zipser, Barbara
Holzer, Brian Bero, Marco Fattizzo, Walter Idra, Stefano Boffano, Claudio
Pagelli, Davide Coin, Andrea Scaramazza, Riccardo Maccaroni, Maurizio Landi,
Alessandro Scalpellini, Francesco De Felici, Alessandro Soldi, Francesca Platè,
Diego Villa, Sara Sacchet, Alberta Xodo, Renato Valentini.
Infine, un
ringraziamento particolare e con tutto il mio cuore a Nino, per aver saputo
starmi vicino ed incoraggiarmi quando più ne avevo bisogno; a Danilo, per
avermi fatto apprezzare la vita e conoscere la speranza. Per tutto questo e
molto altro ancora, grazie.
La proclamazione:
“Dottoressa in Scienza della Comunicazione”.
INTRODUZIONE
Il volo umano
a corpo libero è un argomento in grado di suscitare tanto fascino quanto scetticismo.
Si vola per una moltitudine di ragioni differenti, mentre non si vola per lo
più per ignoranza; e il confine si oltrepassa con un semplice salto nel cuore
del cielo.
Soggetto della
presente discussione è il rapporto tra paracadutismo sportivo e mezzi di
comunicazione di massa in Italia, nel tentativo di capire quali sono le
strategie comunicative migliori affinché si inneschino quei meccanismi utili
alla crescita dello sport in questione.
Ho scelto
perciò di salire su un aereo carico di immagini distorte, per condurvi ad una
quota dalla quale non guarderete più verso terra, bensì verso l’orizzonte.
La stesura di
tale tesi è stata soprattutto una sfida, frutto di un intensa e caparbia
volontà di raccogliere meticolosamente quanti più dati possibili sulla realtà
inerente il paracadutismo sportivo oggi, affinché le argomentazioni esposte
fossero sgombre da dubbio di ogni sorta. Una gestazione durata tre anni a
fronte di un’ambiziosa intenzione: aprire gli occhi al Sogno.
Un sogno
nutrito spesso da associazioni inverosimili e portato dinanzi al pubblico alle
sue estreme conseguenze, finendo con l’offuscare la ragione e il naturale
sentimento umano. Un sogno talvolta deriso, ma segretamente scaldato. Un sogno
a cui si è rinunciato. Il complicato rapporto che lega il volo ai mass media ha
portato questi ultimi a scordarsi di uno sport invece vivacissimo e allo stesso
tempo a ricercarne le performance.
Questo
elaborato nasce, dunque, per tre differenti ragioni: sopperire alla mancanza di
informazioni sull’argomento; comprendere la natura del rapporto tra skydiving e
mezzi di comunicazione di massa; scoprire quali possibili soluzioni sono
applicabili al fine di far rientrare questo sport all’interno di un meccanismo
importante che gli consenta di emergere.
La
documentazione esistente è scarsa e difficilmente reperibile, fin troppo
frequentemente legata a monografie di ambito militare. Perciò ho dovuto
collezionare pazientemente le fonti attraverso l’instancabile dialogo con i più
svariati interlocutori, la cui visione parziale e il personale punto di vista
mi direzionassero verso fonti ulteriori. Per confrontarle, per smentirle, per
trovare la strada giusta verso quel cammino intrapreso quasi insensatamente,
giacché più d’una volta mi sembrò di terminare in un vicolo cieco. Tutti i
pezzi sono stati davanti ai miei occhi per lungo tempo, ma non riuscivo a
trovarne la giusta collocazione: come un puzzle insoluto che attende da tempo
d’essere ricomposto per esibire la sua chiara figura. Molte strade infatti ho sbagliato,
poi ho trovato la via.
Nel primo
capitolo saranno ripercorsi i passi compiuti dall’uomo nella ricerca del volo
umano, come esso si sia evoluto, cosa ha significato, perché è stato desiderato
ma anche temuto. Si dimostrerà che il volo meccanico fu soltanto il primo
assaggio che l’uomo ha dato a quel cielo tanto agognato.
Nel capitolo
secondo, invece, si analizzano gran parte dei formati mediatici che si sono in
qualche modo occupati di paracadutismo e di ciò che hanno depositato nella
memoria collettiva. L’intento è perciò di riportare a galla tutto quanto serva
ad avere una visione d’insieme sulla rappresentazione che i media offrono del
paracadutismo, per re-interpretarla o addirittura gettarla via.
Il capitolo
tre vuole fornire al lettore tutti gli strumenti necessari affinché possa
comprendere la facilità e l’accessibilità di questo sport. Paracadutismo, disciplina
per lo più misconosciuta, è resa alla portata del grande pubblico nella
speranza che i sentimenti di timore e sospetto si dissolvano, lasciando spazio
al fascino generato dalla riscoperta di uno sport altamente dinamico basato
sulla sicurezza e l’elevata tecnologia. "Il paracadutismo, infatti, una volta
sfrondato dai falsi miti e dall’aura di pericolosità che per troppi anni ne
hanno inibito la diffusione, può essere a buon diritto definito per l’alta
tecnologia di cui è permeato: The sport for the space age"
La quarta
parte è dedicata allo svisceramento delle responsabilità da parte dei due
attori coinvolti, ponendo l’accento sull’intraprendenza individuale che
caratterizza il paracadutismo sportivo italiano.
Infine, il
quinto capitolo avanza alcune proposte concrete, tese alla risoluzione del
problema principale: la visibilità e il reperimento degli sponsor.
Più in
generale, questa tesi vuole essere un largo sguardo su un mondo ancora
inesplorato, preoccupandosi di dipingere e trasmettere la bellezza del volo
nella sua naturalezza, senza ausili meccanici o appendici di varia natura.
Saranno perciò totalmente ignorate le questioni contingenti il paracadutismo
militare, sennonché quelle utili al confronto.
In questa
sede, non si vuole peraltro fornire soluzioni pretenziose, ma soltanto
allestire un punto di vista il più esauriente possibile.
"Forse l’uomo
è destinato ad accontentarsi di vivere dell’ammirazione che la purezza del volo
genera, accoccolato in una tenera invidia verso tutte quelle creature alate che
con il loro silenzio e il lento dipanarsi all’orizzonte, insegnano ai nostri
sogni che il solo tendere a varcarne l’irraggiungibile soglia, è già di per sé
un sogno meraviglioso che ci accingiamo a vivere istante per istante.
Intanto,
provando e riprovando, prolunghiamo il sogno"
Eppur lassù si vola…
L’agognata corona
d’alloro!
CONCLUSIONI
“Il volo negato”
vuole essere occasione di analisi, riflessione, riscoperta.
Il percorso
intrapreso nella presente indagine è iniziato con una domanda piuttosto banale
– perché le persone, pur desiderando di volare, considerano pazzi coloro che lo
fanno? – ed è sfociato nella volontà di ricostruire e collegare fra loro la
moltitudine di motivazioni che più o meno consapevolmente conducono le persone
a respingere qualcosa che spesso in realtà vorrebbero profondamente.
L’esposizione
prolungata ai mass media ha reso la mente dell’uomo moderno meno predisposta ad
accogliere ciò che nella realtà oggettiva succede: gli occhi hanno contratto
abitudini e pregiudizi, mentre la mente spesso soggiace a stereotipi culturali.
Per queste ragioni, prima di addentrarmi nella mia analisi, ho voluto assumere
una posizione che contemplava un’inconoscibilità di principio.
Ciò che ho potuto
constatare è l’esistenza di uno sport affascinante e facilmente accessibile a
chiunque, che però è ostacolato nella sua corretta divulgazione verso il vasto
pubblico.
Le responsabilità è
duplice: da un lato i mass media restituiscono un’immagine dello skydiving
continuamente distorta; dall’altro le istituzioni preposte non forniscono
sufficienti informazioni affinché lo scenario proposto dai mezzi di comunicazione
possa modificarsi significativamente nel tempo. Il quadro risultante raffigura
un’ostruzione della comunicazione, che in altre parole significa che il
messaggio originario non riesce a raggiungere i destinatari.
I canali della
comunicazione, dunque, vanno epurati così come gli “attori agli antipodi”
necessitano di trovare un punto di incontro al fine di soddisfare le esigenze
di entrambi. Lo skydiving, infatti, per potersi sviluppare ha bisogno della
visibilità offerta dai media, in particolare dal mezzo televisivo; allo stesso
modo, la Tv apprezza notevolmente la spettacolarità delle performance
acrobatiche di volo a corpo libero.
La memoria sociale
rimanda al paracadutismo come qualcosa di pericoloso, di estremo, legato alla
tradizione militare, associato al rischio incombente di morire precipitando. Ma
la stessa memoria, se sottoposta a nuovi messaggi, può cambiare. “Il ricordo
dura finchè dura la traccia, e poi subentra una dimenticanza che equivale alla
mancanza di conoscenza”. A
quel punto, con la disponibilità delle tecnologie della comunicazione, potrà
essere integrata un’immagine completamente nuova, capace di condurre le persone
all’idea che “l’uomo vive sul fondo di un grande oceano d’aria”,
all’interno del quale vi nuotano degli atleti mirabilissimi e dai quali può
naturalmente sorgere il desiderio di imitarli, di volare come loro.
Istituzioni del
mondo del paracadutismo e mezzi di comunicazione possono cooperare e far
crescere questo sport, evolversi reciprocamente attraverso gli stimoli che
inevitabilmente si trasferirebbero. Essi possono innescare quel trinomio finora
assente e dare finalmente vita ad un feedback positivo, magari attraverso le
discipline più fruibili a livello mediatico e dal pubblico. In questo senso
saranno “i mass media a divulgare lo swoop e l’atmonautica”.
Pensiero di Mirzan Roberto, in Rizzo (1993), Corso di paracadutismo AFF, De Vecchi Editore, Milano.
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