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«Più rischi in pista che in neve fresca»
Fabrizio indossa griffe ben precise, sulla
neve e per la strada. E spesso non c’è nemmeno troppa differenza, tra
la neve e la strada. Perché lo stile è sostanza: Burton, Vans, Killer
Loop, made in Taiwan ma provenienza americana. Felpe giganti, cavallo
basso. Marche costose. Punta la sveglia alle sei e mezzo del mattino.
Capita spesso la domenica. Anche ieri. Anche se il giorno prima Daniele
e Fabio se ne sono andati, sepolti da una valanga in val Federia. Ha
lasciato un messaggio su un forum. «Ciao Daniele, è stato bello averti
conosciuto a Prato Nevoso, al contest. Mi mancherai, rider». Si erano
visti una volta, un anno fa, a uno dei raduni che chiamano a raccolta
il popolo dei rider o boarder: la tribù dello snowboard. «Era uno
conosciuto, nel mondo del freestyle. Era un ragazzo in gamba». Fabrizio
ha sfidato la montagna anche ieri. Alle sette e un quarto Giorgio, Tom
e Camilla sono passati a prenderlo, direzione Sauze d’Oulx, alta Val di
Susa. «Ha appena smesso di nevicare, sarà una favola».
Quando
gli sciatori storcono il naso – perché le piste sono ammassi di neve –
loro si esaltano. «La verginella», la chiamano: neve fresca, mucchi in
cui la tavola affonda, scava e riemerge, spruzzi che gelano la faccia.
Ai lati delle piste battute. Oppure lontano, su pendii mai attrezzati
per lo sci. Chilometri di sudore, i piedi pesanti che affondano nella
neve, per ritagliarsi un frammento d’infinito e di solitudine. «Non c’è
paragone – racconta Fabrizio, che di cognome fa Calgano, ha 23 anni e
studia Economia e Commercio a Torino – guarda le piste: troppa gente, a
ogni movimento rischi l’impatto. Non puoi saltare, niente. Lassù,
invece, sei solo con la tua crew, il tuo gruppo. La montagna è nostra
». La montagna sa anche essere assassina. «La slavina è un pensiero che
ci portiamo addosso - spiega Camilla Raggi, 22 anni - che tristezza
quei due ragazzi. Un’imprudenza: l’hanno pagata. Noi non siamo
sprovveduti: sappiamo dove non si può andare, teniamo gli occhi aperti.
Sappiamo anche che può capitare». Portano in spalla zaini rigonfi. Un
kit di sopravvivenza. Cacciaviti, chiavi inglesi, pezzi di ricambio. Lo
snowboard è meccanica: avvitare gli attacchi, stringere, allentare,
sganciare lo scarpone quando si è fermi, riagganciarlo quando si
riparte, avvitare e stringere di nuovo. Saper rattoppare un gancio che
salta per aria è vitale, perché – racconta Fabrizio - «una volta in
alto devi scendere in qualche modo, e farsela a piedi è proprio la
soluzione estrema». Poi c’è la Trinità: arva (per la rilevazione in
caso di valanghe), sonda e pala. Roba da professionisti, la usano in
pochi. «L’arva sta sotto la maglia, ma serve essere almeno in due, e
saperlo usare entrambi, altrimenti serve a poco, non è un talismano»,
dice Tom Castelli, laureando in Informatica, quello che non salta senza
l’iPod che spara i Millencolin, musica hardcore, roba pesante. Infine
la pala: la chiave per tirarsi fuori dai mucchi di neve. «A me sembra
esagerato. Non siamo alpinisti: mancano solo bara, lapide e corteo
funebre. Come si fa a surfare con tutta quella roba dietro? Basta la
pala, che poi serve per costruire i salti». Sarà per questo che
disprezzano un po’ gli sciatori. «Comodi, quelli – dice Camilla -
mettono il sedere su una seggiovia, scendono e poi ripartono: così
tutto il giorno».
Loro invece faticano. Architetti della neve,
s’ingegnano per un 360 gradi perfetto: studiano le gobbe e, se non
basta, le costruiscono con la pala. Si chiamano «kick », i salti.
Minuti a scavare e plasmare. Ecco perché se ne vanno fuori pista, dove
la neve è così come il cielo l’ha mandata e intorno è silenzio. Varcano
le transenne che delimitano le piste battute, sfidano divieti e multe,
si gettano dove non si potrebbe. E finiscono la giornata con la schiena
a pezzi, e i polsi fragili: sempre per terra, mille cadute e ogni volta
le mani puntate sulla neve per tirarsi su. Liberi, ma non troppo.
Attrezzature e abbigliamento seguono codici inviolabili, pochi marchi
ma ben precisi. Tavola, attacchi, scarponi, e tutto il resto: ce n’è
per più di mille euro. E si cambia spesso, la moda incalza. Roba da
ricchi, o quasi.
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