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La
montagna è diventata sempre più facile, sempre più accessibile. Perciò
uccide. O almeno questa è la spiegazione in apparenza. Valanghe e
slavine sono la formacon cui lamontagna si èmostrata crudele in questi
giorni. Il bilancio è tragico: ieri undici gitanti in motoslitta
travolti da una slavina ai duemila metri del Passo Maniva, con quattro
morti.
Questo dopo che sabato due giovani con snowboard erano stati uccisi da
una slavina sopra Livigno.Sempre ieri si conta anche uno sciatore morto
a Marilleva sulle Dolomiti (mentre un altro ha rischiato grosso). Le
domande sono sempre le stesse: fatalità? Colpa? Si potevano evitare
queste disgrazie? Che lezioni trarne? Che fare in futuro?
Il rapporto della montagna con la morte è un dato storico. Fin da
quando Whymper conquistava il Cervino e quattro dei suoi compagni di
scalata precipitavano nell'abisso, ottimo soggetto per disegnatori e
incisori. Per arrivare al K2 dell'estate 1986, quando una bufera di
durata eccezionale bloccò in quota gruppi di scalatori, provocando una
strage: morirono in tredici, più di quante vittime la montagna degli
italiani avesse mai fatto fino ad allora. Ma la morte, in alpinismo, ha
sempre fatto parte del gioco: il rischio di lasciarci la pelle è una
delle motivazioni profonde per cui si scala.
Diverso, sembrava, per gli sport sulla neve, dalle piste di sci alle
corse su slittini, dal fondo alle racchette: non c'era rischio, se non
quello che si affronta in quasi tutte le attività sportive, dalla
bicicletta al nuoto. Se capitava una disgrazia, come quando anni fa una
valanga si abbatté su un folto gruppo di sciatori sul Monte Bianco,
giusto sopra il Rifugio Torino, era per fatalità. Lo sci in particolare
è sempre stato immagine di libertà, dall' elegante christiana alle
serpentine sui muri, all'insegna di salute, energia, sole brillante e
spruzzi di neve, come nei manifesti che reclamizzano la nascita delle
località turistiche.
Improvvisamente le cose sono cambiate e le parti si sono quasi
invertite. Ogni stagione sciistica viene ormai funestata da disgrazie
che, dopo le solite belle parole, tutti cercano di dimenticare perché
non fa bene alle stazioni turistiche e agli impianti di risalita. La
neve turistica, la neve dei gitanti, la neve dei bambini è diventata
più pericolosa della neve alpinistica,untempocosì circondata da paure,
persino ancestrali. Comesi spiega?
Anche la montagna degli alpinisti è diventata assai più facile, però
enormi sono stati i progressi in tema di sicurezza. Basta confrontare
una piccozza degli Anni 50 con quelle attuali, gioielli di tecnologia.
In roccia una volta erano vere ecatombi ogni estate, quando ancora ci
si portava dietro il martello per piantare chiodi nelle fessure. Adesso
le nuove chiodature tipo tasselli col trapano, le nuove corde, gli
studi sui carichi da strappo per una caduta rendono l'arrampicata molto
più sicura e serena. Il vero pericolo è l'alpinismosu ghiaccio, perché
è un elemento meno sicuro, e soprattutto l'attività in alta quota. Ma
se si pensa all'incredibile affollamento di spedizioni nei campi base
in Karakorum e in Himalaya, il bilancio nonè negativo.
Anche per chi va a villeggiare sulle nevi, si registrano progressi
tecnologici e tecnici, che però non sono indirizzati verso obiettivi di
sicurezza: tutt'al contrario, la spinta è rendere i campi di neve più
accessibili, più domestici: allora eliski, per arrivare senza fatica
sulle cime che altri fanno con le pelli di foca; motoslitte per provare
l'ebbrezza della velocità (un morto in uno scontro l’anno scorso a
Sauze d’Oulx); tavole per lo snowboard facili da imparare, ma
traditrici dal punto di vista del controllo (pare che contribuiscano a
tagliare il manto nevoso con pericolo di slavine); nuovi sci più corti
e con maggiore sancratura, con cui è più facile scendere anche a alte
velocità. Tanto che in Svizzera si è deciso di impiegare skivelox,
perché le piste stanno diventando come autostrade.
Che cosa c'è dietro tutti queconsumismo. Non è un caso che il punto di
analogia fra alpinismo e sci, cioè fra i due modi di fondo di praticare
la montagna, sia proprio all'insegna del consumismo. A che cosa ci
riferiamo? Alla moda delle spedizioni commerciali in alta quota, in cui
società di guide internazionali si mettono a disposizione di clienti
privati per fargli provare l'emozione di un 8 mila.Èla storia
raccontata da Jon Kracauer nel best-seller Aria Sottile, con una serie
di morti e con clienti portati in cima a spalle.
C'è naturalmente un abisso di proporzioni, impegno, questioni di
mercato, fra andare in cima all'Everest o scendere con gli snowboard a
Livigno, però la presunzione è la stessa. Pensare che basta pagare e
sfruttare le nuove mode. In fondo non sarà un caso se l'unico vera
garanzia di sicurezza introdotto sui campi di neve è l'obbligo del
casco.
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