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Mi getto nel vuoto a circa 12.000 metri di
altezza. Il vento è fortissimo e la temperatura è gelida. L'aereo che
mi ha portato sin qui fatica a mantenere la rotta...
Sotto
di me si estende per chilometri la superficie ghiacciata dell'incudine
di un immenso cumulonembo, probabilmente una supercella: la più potente
e devastante formazione nuvolosa dell'intero pianeta, dopo i cicloni
tropicali.
Piombo con il mio aliante speciale tra gli aghi di
ghiaccio dell'incudine, mentre i venti tempestosi collegati alla
corrente a getto mi spingono verso l'esterno del cumulonembo.
Eseguo
la manovra di rito, per cercare di tagliare la burrasca e penetrare nel
cuore del mostro. Nonostante la tuta protettiva il freddo è soffocante.
Ma la manovra riesce. Sono nella parte superiore della torre. È qui che
devo rilasciare le sonde energetiche.
Questo è il mio
lavoro. C'è chi va in ufficio e passa ore davanti ad un terminale, c'è
chi va in negozio a vendere la sua merce. Io cavalco le nubi
temporalesche. No, non è certo l'ultima moda in fatto di sport estremi.
È solo il mio lavoro. Da quando si è scoperto il modo di immagazzinare
l'energia termodinamica contenuta in un cumulonimbus, si è aperta la
caccia per reperire i cavalieri. Infatti le sonde energetiche, figlie
della più moderna tecnologia, sono in grado di immagazzinare l'enorme
energia cinetica e termica contenuta in questi mostri della natura. Ma
il problema è che vanno collocate nei punti giusti, e questo, almeno
per ora, può farlo solo un uomo.
Da questo punto inizia
la parte difficile. E naturalmente pericolosa. Le fortissime correnti
ascensionali mi bombardano di chicchi di ghiaccio, alcuni dei quali
hanno raggiunto dimensioni ragguardevoli. Un grandinata al contrario,
dal basso. Devo trovare il flusso discendente, il downdraft, e qui
collocare le sonde. Un enorme chicco di ghiaccio mi colpisce una gamba:
l'ennesimo livido da curare stasera. I cambiamenti di direzione del
vento sono repentini ed improvvisi: non possono certo essere previsti o
calcolati. Bisogna andare d'istinto, e se necessario lasciarsi
trascinare finché non trovi l'occasione per cavalcare un'altra onda. Il
problema è evitare di essere catapultato fuori dalla torre temporalesca
da un updraft troppo violento, oppure, ancora peggio, venire sputato
fuori dal mostro verso terra da un downdraft anomalo.
In
fondo però non è un lavoro così brutto. Non che io ami il rischio, o
sia un fanatico della filosofia machista del pericolo come senso della
vita. Tutte cazzate. Ho bisogno di soldi, e una cavalcata ben riuscita
ti può riempire le tasche per molte settimane. Non potete immaginare
quanta energia si possa raccogliere in uno solo di questi bestioni. I
tecnici mi dicono che sia sufficiente per riscaldare e illuminare una
città di medie dimensioni per un mese. Certo molto dipende dalla
tecnologia delle sonde energetiche: ma se io non le collocassi nei
punti giusti e vegliassi su di loro affinché non vengano espulse fuori
o distrutte da piogge di ghiaccio troppo intense, queste servirebbero
ben poco.
Una improvvisa sensazione di calore e una
vampata di luce mi acceca per qualche secondo: un fulmine mi ha
sfiorato, letteralmente dico. Questo è il pericolo numero uno: se una
di queste lingue di fuoco mi beccasse, sarei spacciato. Addio bel
cavaliere di cumulonembi. Meglio non pensarci e continuare a rilasciare
le sonde. In fondo sono un po' il loro pastore: le seguo mentre
risalgono trascinate dall'updraft, e le accompagno nelle discese a
rotta di collo, in un continuo alternarsi di salite e discese. Almeno
finché il sistema temporalesco continua ad essere alimentato dal basso
dal calore latente dell'aria umida dell'afosa pianura.
E poi
dopo qualche minuto, quando ormai il più è fatto, e devo solo pascolare
le mie sonde in modo che immaganizzino il maggior quantitativo di
energia termodinamica possibile, mi perdo in pensieri alquanto
imbarazzanti a quelle altezze ed in quelle condizioni. I medici che mi
visitano sempre dopo una cavalcata dicono che si tratta di tipico shock
da passeggiata a cavallo della nube. Ma io credo che ci sia di più. O
di meno, dipende dai punti di vista. Da sotto mi inviano informazioni
meteorologiche sul temporale: mi dicono dove si sta spostando, se sto
perdendo troppe sonde, quanto è vasta la sua area d'azione. Io sento,
ed intanto ascolto un'altra musica. Ascolto il rombo del vento, il
sibilio dei chicchi di grandine, il ruggito del tuono, il fruscio delle
goccioline sopraffuse sul mio casco. Navigo sulle onde del temporale,
nel buio più nero, nel gelo più bruciante. Eppure mi sento sereno.
Passo dalla gocce d'acqua che come un torrente in piena mi annegano nel
loro abbraccio, ai venti gelidi della parte più alta che mi mitragliano
con schegge di ghiaccio.
Che sia chiaro: questo non deve saperlo nessuno.
Mi prenderebbero per pazzo e mi licenzierebbero subito.
La
durata professionale di un cavaliere è molto limitata; ed alcuni
suggeriscono maliziosamente anche la durata della sua vita. Il tuo
corpo viene sottoposto ad uno stress parossistico, e non tutti riescono
a reggerlo. E anche chi ci riesce, poi ne paga le conseguenze a lungo.
Io questo lo so. Ma la vita non mi ha mai offerto tanto, per usare un eufemismo.
Sono sereno quassù, perché tra i ruggiti del vento e le sciabolate ghiacciate dorme lo spirto guerrier che entro mi rugge. Come imparai da ragazzo a scuola, tanto tempo fa.
Ormai il temporale sta per esaurire la sua energia.
Io risalgo col mio aliante, mentre giù iniziano a raccogliere le sonde energetiche.
Ripasso
attraverso l'incudine di aghi di ghiaccio e infine la cavalco per un
po', come si cavalca l'onda dell'oceano. E mi sento davvero un
cavaliere delle nuvole.
fonte: meteogiornale.it
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